Quando la competenza diventa un’arma di esclusione
Quando la competenza serve a togliere la parola
C’è un tono che ricorre sempre più spesso nel dibattito pubblico, soprattutto sui social: quello di chi rivendica la propria competenza per delegittimare la parola altrui.
Il messaggio implicito è semplice e brutale: se non sei esperto, taci.
Succede con il diritto internazionale, con la geopolitica, con l’economia. Succede anche con la lingua, quando si deride chi scrive in modo sgrammatico.
L’argomento non diventa il contenuto di ciò che viene detto, ma il presunto titolo di legittimità di chi parla.
E questo, più che un problema di competenze, è un problema culturale.
Parlare non è sostituirsi agli esperti
C’è una confusione di fondo che andrebbe chiarita.
Esprimere un’opinione non equivale a sostituirsi a chi ha studiato una materia in modo professionale.
Riflettere su ciò che accade nel mondo non significa pretendere di emettere sentenze tecniche.
La sfera pubblica non è un’aula d’esame, né un tribunale del sapere.
È (o dovrebbe essere) uno spazio in cui i cittadini provano a capire, a collegare informazioni, a mettere in ordine i propri pensieri.
Ridurre tutto a una distinzione rigida tra “competenti autorizzati” e “inermi da zittire” non eleva il dibattito: lo desertifica.
L’aggressività mascherata da rigore
Questo atteggiamento ha un effetto collaterale spesso sottovalutato: è mortificante.
E ciò che mortifica, nel tempo, produce rabbia.
Quando la competenza viene usata come clava, non come strumento di chiarimento, il risultato non è una società più informata, ma una società più silenziosa o più urlante.
In entrambi i casi, più fragile.
Non si costruisce pensiero critico dicendo alle persone che non hanno diritto di parola.
Si costruisce al massimo una gerarchia.
La rete come conquista imperfetta
È vero: gli standard espressivi e argomentativi si sono abbassati.
Chi ha attraversato decenni di scuola e insegnamento lo vede chiaramente.
Ma è anche vero che la rete (e in particolare i social) hanno permesso a moltissime persone di leggere e scrivere per la prima volta.
Persone che, in altri contesti storici, sarebbero rimaste del tutto mute nello spazio pubblico.
Scriveranno male, argomenteranno in modo confuso, sbaglieranno.
Ma scrivono.
Trasformano pensieri in parole.
Si espongono.
E questo, dal mio punto di vista, non è un fallimento: è una conquista imperfetta, ma reale.
L’errore come passaggio, non come colpa
Questo è il punto che mi sta più a cuore.
L’errore non è una deviazione da correggere con sarcasmo, ma un passaggio necessario della comprensione.
Chi non sbaglia è spesso chi non prova nemmeno a pensare ad alta voce nello spazio pubblico.
Chi sbaglia, invece, è già dentro un processo.
Pretendere che si possa partecipare solo a risultato già perfetto significa impedire qualsiasi crescita.
Individuale e collettiva.
E se non capiscono?
C’è un’obiezione ricorrente: con chi non è in grado di capire è inutile discutere.
È una frase che circola molto, spesso sotto forma di meme.
A volte è vera, nel senso pratico del termine.
Ma trasformarla in principio generale è pericoloso.
Perché stabilisce che la comprensione sia un prerequisito assoluto, non un obiettivo.
E perché nessuno nasce capendo.
Perché continuo a scrivere
Scrivo anche di temi che non sono il mio ambito professionale.
Scrivo per mettere ordine nei pensieri, per costruire una memoria, per provare a collegare informazioni disperse.
Scrivo per espormi al confronto.
Non per sostituirmi agli esperti.
Non per avere l’ultima parola.
Ma perché tacere, di fronte a ciò che accade, mi sembra un prezzo più alto.
Se la competenza serve a chiudere le bocche, allora non è più uno strumento di conoscenza.
È solo una forma elegante di esclusione.
E io, a quel modello, preferisco ancora l’errore.
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