Trump, il Venezuela e le mappe sbagliate con cui leggiamo il mondo




Per anni ci siamo raccontati che l’ordine internazionale fosse governato da regole condivise, da organismi multilaterali, da un diritto capace, se non di impedire i conflitti, almeno di contenerli.
Le vicende che coinvolgono il Venezuela, e in particolare l’atteggiamento degli Stati Uniti durante la presidenza Trump, mostrano quanto questa narrazione sia oggi fragile.

Sanzioni economiche, riconoscimenti politici selettivi, pressione diplomatica esercitata senza un mandato realmente condiviso: tutto questo è stato spesso letto come il frutto dell’imprevedibilità di un singolo leader. Ma sarebbe un errore fermarsi qui. Trump non è un’anomalia: è un sintomo.

L’errore più grande che continuiamo a commettere è analizzare il presente con categorie che appartengono al passato.

Dal diritto alla convenienza
Il caso venezuelano rende evidente una dinamica ormai diffusa: il diritto internazionale non scompare, ma viene applicato in modo selettivo, piegato agli equilibri di forza. La sovranità degli Stati non è più un principio uguale per tutti, ma una variabile che dipende dal peso geopolitico di chi la invoca.
Il problema non è stabilire se un regime sia autoritario o meno, ma chi decide, con quali procedure e con quale legittimità un intervento.
Se il principio diventa “interviene chi ha la forza”, allora il diritto internazionale smette di essere un argine e diventa un’opzione.

In questo contesto, parlare di legalità o illegalità senza considerare i rapporti di potere rischia di essere un esercizio astratto. Le regole esistono, ma contano fino a quando coincidono con gli interessi delle grandi potenze. Quando non coincidono, vengono aggirate, reinterpretate o semplicemente ignorate.

Non è una novità assoluta nella storia. La novità è che continuiamo a fingere che non stia accadendo.

L’asse reale del mondo: Stati Uniti e Cina
Il Venezuela, come altri scenari recenti, va letto dentro una cornice più ampia: il confronto tra Stati Uniti e Cina, vero asse attorno a cui si sta riorganizzando il mondo.

Non è una guerra fredda nel senso novecentesco. È una competizione sistemica che attraversa economia, tecnologia, finanza, informazione, modelli politici. Gli Stati Uniti restano la principale potenza militare; la Cina è la principale sfida strutturale, perché combina forza economica, controllo tecnologico e un modello politico alternativo a quello liberale.

In questo confronto, il resto del mondo non viene “spartito” formalmente, ma attratto, spinto, condizionato. I Paesi più fragili diventano campi di prova: sanzioni, investimenti, riconoscimenti diplomatici, pressioni economiche. Il Venezuela è uno di questi laboratori.

L’errore come chiave di lettura
Qui l’errore non è morale, ma cognitivo. Continuiamo a indignarci o a giustificare singole decisioni senza mettere in discussione il quadro che le rende possibili.

L’errore è credere che basti cambiare leader per tornare a un ordine “giusto”.
L’errore è pensare che il multilateralismo funzioni da solo, senza rapporti di forza che lo sostengano.
L’errore è immaginare che la globalizzazione abbia eliminato la logica della potenza.

Riconoscere questi errori non significa accettarli come inevitabili, ma smettere di raccontarci favole rassicuranti.

Venezuela oggi, chi domani?
Il Venezuela non è un’eccezione, così come non lo sono stati l’Ucraina, la Siria, il Sahel. Cambiano i contesti, ma la dinamica è simile: quando l’equilibrio globale è instabile, le regole diventano elastiche e i più deboli pagano il prezzo più alto.

La forza non è più solo militare. È economica, tecnologica, narrativa. Chi controlla le filiere, i dati, le infrastrutture digitali, controlla anche le possibilità di scelta degli altri.

Perché riguarda anche noi
Pensare che tutto questo non abbia effetti sulla nostra vita quotidiana è un altro errore. Influisce sui prezzi dell’energia, sulle migrazioni, sulle politiche industriali, sulle libertà individuali. Influisce persino sul modo in cui definiamo cosa è “normale” e cosa non lo è più.

Il mondo che emerge da questa competizione è più duro, meno prevedibile, meno protetto da automatismi morali. Chiede ai cittadini — non solo ai governi — uno sforzo maggiore di consapevolezza.

Conclusione
L’elogio dell’errore non è un invito a sbagliare, ma a riconoscere gli errori di lettura prima che diventino errori politici irreversibili.

Il rischio più grande non è che le potenze agiscano per interesse. È che noi continuiamo a osservare il mondo con mappe che non descrivono più il territorio.

E quando le mappe sono sbagliate, non è il mondo a perdersi, siamo noi.

Commenti

Post popolari in questo blog

Quando la competenza diventa un’arma di esclusione

Groenlandia: quando la sicurezza diventa una prova di forza