Big Tech, Stati e Europa: una mappa per orientarsi



 

Per molto tempo abbiamo pensato che il mondo fosse governato principalmente dagli Stati: ognuno con i propri confini, le proprie leggi, i propri strumenti di potere. Questo assetto nasce dopo la Seconda guerra mondiale, quando si cerca di costruire un ordine internazionale fondato su equilibri, alleanze e istituzioni comuni. È un mondo imperfetto, ma riconoscibile.

Negli ultimi decenni, però, è cresciuto qualcosa che non rientra in quel disegno: grandi imprese tecnologiche private, nate soprattutto negli Stati Uniti, che operano ovunque e che non dipendono davvero da nessun singolo Paese. Queste imprese gestiscono infrastrutture decisive ma invisibili: comunicazione, informazione, dati, commercio, relazioni sociali. Non hanno eserciti, ma incidono sulla vita quotidiana di miliardi di persone più di molti governi.

È questo il fenomeno che Sabino Cassese descrive quando parla di poteri privati universali. In un passaggio molto significativo scrive:

«Negli Stati Uniti, in una bolla di immunità, si sono andate sviluppando le imprese che vengono denominate Big Tech. Sono poteri privati universali. Hanno bisogno che il loro campo di gioco – la Terra – venga livellato. Non sopportano e non accettano barriere nazionali o regionali».

Cassese non sta esprimendo un giudizio morale. Non dice che le Big Tech siano “buone”. Dice qualcosa di più scomodo: queste imprese hanno un interesse strutturale a un mondo meno frammentato, con meno barriere, meno conflitti, più regole comuni. Le guerre, le chiusure nazionali, le divisioni rendono più difficile il loro modello di funzionamento.

È per questo che può sembrare paradossale, ma Cassese arriva ad affermare che proprio da questi poteri privati potrebbe venire una spinta a «riaprire il dialogo tra gli Stati, evitare le guerre, raggiungere accordi, riscoprire il multilateralismo». Non per idealismo, ma per convenienza.

Qui si apre la questione decisiva: chi può trasformare questa spinta, nata da interessi privati, in qualcosa che non travolga l’interesse pubblico?

Gli Stati nazionali, presi uno per uno, appaiono troppo deboli. Possono tentare regolazioni locali, ma vengono facilmente aggirati. Gli Stati Uniti non sono in una posizione neutrale: le Big Tech fanno parte della loro forza economica e geopolitica, e limitarle significa in parte limitare se stessi. La Cina segue un’altra strada, basata sul controllo statale, ma propone un modello autoritario che difficilmente può diventare una regola condivisa a livello globale.

Resta l’Europa. Non perché sia una superpotenza, ma proprio perché non lo è. L’Unione Europea non domina la tecnologia, non ha grandi colossi digitali da difendere, non è una potenza militare. Ma è un enorme mercato costruito intorno al diritto. Chi vuole operare in Europa deve accettarne le regole. È per questo che Cassese conclude che l’Unione Europea, «gigante regolatorio e nano politico e finanziario», possiede comunque «un’arma potente per fare la prima mossa».

A questa analisi si collega il commento di Roberto Maragliano, che ne sottolinea il lato più concreto e osservativo. Scrive:

«Credo che abbiamo pochissime se non nulle possibilità di contrapporci, con gli spuntati strumenti delle politiche nazionali, a certi profondi processi economici in atto. Sulle Big Tech, che sono, ricordiamolo, argomento e materia di guerra, l'Europa ha una sua linea politica (o un abbozzo di) che è anche civica».

Maragliano introduce un punto fondamentale: non basta avere delle norme. Le Big Tech non sono solo un tema economico o giuridico, ma un terreno di conflitto politico e culturale. Per questo aggiunge che quella linea europea va «attuata, accompagnandola e sostenendola con una cultura della tecnologia (inclusi diritti e doveri reciproci) che sia all’altezza delle questioni in gioco».

Qui il discorso si allarga. Senza una diffusa comprensione di cosa sia il potere tecnologico, di come funzionano le piattaforme, di quali diritti e responsabilità siano in gioco, le regole restano fragili. Possono essere scritte bene, ma applicate male. Possono esistere sulla carta, ma perdere forza nella pratica.

In fondo, ciò che emerge da queste riflessioni non è una soluzione pronta, ma una consapevolezza necessaria. Il mondo in cui viviamo non è più quello per cui siamo stati educati a pensare la politica, lo Stato, la sovranità. Osservare e interrogare questi cambiamenti non è un esercizio per specialisti: è il primo passo per comprenderli e partecipare al dibattito in maniera consapevole.


Pubblicato il 18 gennaio 2026

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