Iran: quando le proteste diventano possibili



Per molto tempo l’Iran ci è apparso come un Paese immobile. Non perché mancassero le tensioni, ma perché il controllo esercitato dal regime era così capillare da rendere difficile persino immaginare una mobilitazione diffusa. Eppure oggi le proteste esistono, si ripetono, resistono. Non sono più episodi isolati. Ed è qui che nasce la vera domanda: che cosa è cambiato davvero?

Le proteste in Iran, in realtà, non sono una novità assoluta. Scioperi, manifestazioni locali, esplosioni di rabbia ce ne sono sempre state. La differenza, oggi, sta nel loro carattere. Non sono più confinate a singole città o a gruppi circoscritti, ma attraversano il Paese, coinvolgono soprattutto i più giovani e mostrano una continuità che sopravvive anche alla repressione. Non è un’improvvisa accensione, ma il risultato di una tensione accumulata nel tempo.

Spesso si tende a spiegare queste rivolte come il risveglio improvviso di una coscienza politica. È una lettura rassicurante, ma incompleta. La coscienza politica in Iran c’era anche prima. Quello che è cambiato riguarda piuttosto la vita quotidiana. Negli ultimi anni il peso dell’inflazione, l’impoverimento progressivo, la difficoltà a trovare lavoro e a costruirsi un futuro hanno reso sempre più evidente la distanza tra ciò che le persone sperano e ciò che possono realisticamente ottenere. A questo si aggiunge una generazione che guarda al mondo, che è connessa, che conosce modelli di vita diversi e che fatica ad accettare un orizzonte bloccato.

Le proteste nascono qui, in questo scarto. Non tanto dall’ideologia, quanto dalla concretezza dell’esperienza. Ed è proprio in questo contesto che emerge un elemento decisivo: la percezione di un regime meno solido di quanto apparisse in passato. Le rivolte diventano possibili quando le persone iniziano a sentire che il potere non è più intoccabile, che l’economia scricchiola, che l’isolamento internazionale pesa e che il controllo totale fatica a reggere. Non serve che il regime sia davvero sul punto di crollare: è sufficiente che sembri più vulnerabile.

In questo scenario si inserisce il ruolo degli Stati Uniti. Le pesanti sanzioni, soprattutto durante la presidenza Trump, hanno contribuito a mettere l’Iran in ginocchio sul piano economico. Ma la pressione non ha prodotto un cambiamento di regime. Oggi Washington osserva con attenzione, consapevole che un intervento diretto o un sostegno esplicito a una rivoluzione rischierebbero di essere controproducenti. Più realistico è l’uso delle proteste come leva diplomatica, all’interno di un gioco di pressioni e negoziati che difficilmente porterà a soluzioni rapide.

Il resto del mondo si muove con cautela. L’Europa continua a privilegiare la diplomazia, la Russia ha interesse a mantenere l’equilibrio attuale, la Cina guarda soprattutto alla stabilità necessaria per i propri interessi economici ed energetici. Tutti osservano, ma pochi sono disposti a rischiare davvero.

Questo rende poco plausibile, almeno nel breve periodo, l’ipotesi di un rovesciamento improvviso del regime. Manca una leadership alternativa unitaria, manca un progetto politico condiviso e, soprattutto, non si intravedono fratture decisive negli apparati di potere. Anche l’idea di un ritorno a figure del passato, come la monarchia, appartiene più alla nostalgia che alla politica concreta. Se un cambiamento avverrà, sarà probabilmente lento, contraddittorio, fatto di arretramenti e piccoli spostamenti, non di un crollo improvviso.

Quello che accade in Iran, però, non riguarda solo l’Iran. È una lezione più generale. Le società non sono mai davvero immobili, la stabilità può essere solo apparente e il cambiamento non nasce quando le persone “si svegliano”, ma quando iniziano a pensare che protestare abbia un senso, che qualcosa possa davvero muoversi.

Pubblicato il 10 gennaio 2026

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