ONU e NATO, la linea non valicabile
Quando l’ONU rimette i confini al potere
Per giorni il dibattito politico si è mosso su un terreno ambiguo, fatto di giustificazioni implicite, distinguo lessicali e silenzi strategici. L’intervento degli Stati Uniti in Venezuela è stato raccontato da molti come un’azione eccezionale, resa necessaria dalla natura dittatoriale del regime di Maduro. In questo clima, la presa di posizione delle Nazioni Unite segna una svolta netta: non una sfumatura, ma un confine.
Il principio che non ammette eccezioni
La dichiarazione dell’Alto Commissariato ONU per i diritti umani non lascia spazio a interpretazioni creative. Il punto centrale è uno solo, ed è elementare nel diritto internazionale: nessuno Stato può minacciare o usare la forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato.
Nemmeno quando il regime colpito è responsabile di gravi violazioni dei diritti umani. Nemmeno quando l’intervento viene presentato come “necessario” o “difensivo”. La responsabilità penale e politica non si persegue con un’azione militare unilaterale.
Quando la narrazione della “difesa” si incrina
Qui si produce la frattura più evidente con la narrazione sostenuta da Trump e, in modo più cauto, fatta propria anche dal governo italiano. L’ONU non solo contesta la legittimità giuridica dell’azione, ma ne ribalta il presupposto politico: l’intervento non tutela il popolo venezuelano, lo espone a un ulteriore peggioramento delle sue condizioni.
L’argomento umanitario, spesso usato come chiave di legittimazione ex post, viene smontato alla radice. Militarizzare ulteriormente un Paese già fragile non è una forma di giustizia, ma un fattore di destabilizzazione.
La NATO come linea di frizione politica
In questo contesto, la posizione della NATO e dei governi che vi fanno riferimento appare improvvisamente più fragile. Per mesi si è cercato di tenere insieme due livelli: la fedeltà all’alleato statunitense e il richiamo ai principi del diritto internazionale. La presa di posizione dell’ONU rende questa ambiguità molto più difficile da sostenere.
Non è più una questione di interpretazione politica, ma di compatibilità giuridica. O si difende il principio, oppure si accetta che il sistema multilaterale venga svuotato dall’interno.
Meloni e l’ambiguità che non regge più
La strategia comunicativa del governo italiano (prudente, attendista, semanticamente sofisticata) funzionava finché il quadro restava opaco. L’intervento dell’ONU cambia lo scenario. Non perché “umilia” una posizione nazionale, ma perché chiarisce ciò che era già evidente: non esiste una categoria di intervento militare unilaterale che sia compatibile con il diritto internazionale solo perché rivestita di buone intenzioni.
Quando il diritto torna a parlare chiaro
La vera notizia non è che l’ONU abbia condannato l’azione statunitense. La vera notizia è che abbia ricordato qualcosa che negli ultimi anni viene spesso dato per scontato: il diritto internazionale non è un’opinione, né una variabile geopolitica.
Quando viene piegato, non si crea più sicurezza, ma precedente. E i precedenti, in politica internazionale, non restano mai isolati.
Oltre le parole, la responsabilità
Ora la distanza tra le parole e i fatti è evidente. Se la condanna resta solo formale, il messaggio implicito è che le regole valgono solo per chi non ha la forza di infrangerle. Se invece alle parole seguiranno atti concreti, allora questo episodio potrebbe segnare un raro momento di inversione di tendenza.
Non una vittoria politica, ma un richiamo all’ordine. Quello che tiene insieme il sistema quando il potere spinge per romperlo
Commenti
Posta un commento