Scuola, violenza e cultura del rispetto: tra sicurezza, educazione e contraddizioni
Negli ultimi giorni, dopo l’ennesimo episodio di violenza estrema tra adolescenti, il dibattito pubblico si è concentrato quasi esclusivamente su due parole: sicurezza e sanzione.
Metal detector nelle scuole, controlli, divieti, repressione. È una risposta comprensibile sul piano emotivo, ma rischia di essere profondamente insufficiente sul piano educativo.
A offrire una chiave di lettura diversa (e molto più scomoda) è Stefano Vicari, direttore della Neuropsichiatria infantile dell’Ospedale Bambino Gesù e professore universitario. Vicari mette in guardia da una semplificazione pericolosa: spiegare la violenza giovanile come il prodotto quasi esclusivo di disturbi mentali individuali.
La violenza, dice, è anche e soprattutto un fenomeno culturale, relazionale, educativo. Ridurla a patologia rassicura gli adulti, perché sposta il problema altrove, ma non aiuta a prevenirla.
Violenza e responsabilità adulta
Se accettiamo l’idea che la violenza non sia solo “malattia”, allora dobbiamo accettare anche la parte più scomoda del ragionamento: chi educa ha una responsabilità. Non nel senso colpevolizzante, ma nel senso strutturale.
Un adolescente che non sa gestire la frustrazione, la gelosia, il rifiuto, il conflitto, non nasce così. Cresce in contesti in cui:
- le emozioni non vengono nominate;
- il conflitto è visto come qualcosa da evitare o reprimere;
- l’altro diventa facilmente un ostacolo, non un interlocutore;
- il linguaggio pubblico è aggressivo, polarizzato, basato sul “noi contro voi”.
In questo quadro, l’idea che basti rafforzare i controlli per “educare al rispetto” appare fragile.
La contraddizione delle politiche educative
Qui emerge una contraddizione profonda nelle politiche attuali.
Da un lato, si chiede alla scuola di essere l’ultima roccaforte educativa, il luogo in cui trasmettere rispetto, responsabilità, regole.
Dall’altro, però, si sottraggono alla scuola proprio gli strumenti necessari per lavorare su ciò che genera o previene la violenza:
- si ostacola l’educazione affettiva e sessuale;
- si guarda con sospetto all’educazione di genere;
- si riduce il confronto guidato sull’uso delle tecnologie (cellulari, intelligenza artificiale), preferendo il divieto all’educazione critica;
- si evita di affrontare apertamente temi come il corpo, il consenso, il potere nelle relazioni, la gestione del rifiuto.
Ma come si può insegnare il rispetto se non si parla di relazioni? Come si può prevenire la violenza se non si lavora sulle emozioni che la precedono?
Il caso concreto: quando il conflitto diventa eliminazione
Nel caso che ha riacceso il dibattito, non c’è uno scontro ideologico, non c’è una rivendicazione politica. C’è una dinamica sentimentale degenerata fino alla soppressione fisica dell’altro.
Questo è il punto cruciale.
Il problema non è solo come un coltello sia entrato a scuola, ma perché l’altro sia stato percepito come eliminabile. Perché il conflitto non fosse pensabile, ma solo agibile. Perché mancassero strumenti simbolici, emotivi, relazionali.
E questo non lo intercetta nessun metal detector.
Sanzioni sì, ma non da sole
La sanzione è uno strumento necessario. Nessuno lo nega. Ma non è uno strumento educativo se resta isolato.
Funziona solo se:
- è inserita in un contesto di regole comprensibili;
- è applicata da adulti credibili e coerenti;
- è accompagnata da un lavoro di senso.
Altrimenti produce paura, non responsabilità. Obbedienza formale, non interiorizzazione.
Una domanda inevitabile
Se davvero vogliamo una “cultura del rispetto”, dobbiamo porci una domanda onesta:
che tipo di adulti stiamo offrendo come modello?
Perché i ragazzi imparano molto più da ciò che vedono (nel linguaggio pubblico, nel dibattito politico, nei social, nelle relazioni quotidiane) che da ciò che viene loro imposto.
Educare è un lavoro lungo, faticoso, complesso. Non produce slogan. Ma è l’unica strada che abbia qualche possibilità di ridurre davvero la violenza.
Pubblicato il 18 gennaio 2026
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