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Trump e la Groenlandia: tra realtà, semplificazioni e fraintendimenti

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Negli ultimi giorni è tornata a circolare una notizia che sembra uscita da una satira politica: Donald Trump vuole comprare la Groenlandia. Ma quanto c’è di vero e, soprattutto, cosa significa davvero questa affermazione? Partiamo dai fatti. Non si tratta di una fake news: già durante il suo precedente mandato e anche in tempi più recenti, Trump ha espresso pubblicamente l’interesse degli Stati Uniti per la Groenlandia, motivandolo con ragioni strategiche, militari ed economiche. La posizione geografica dell’isola, le rotte artiche e le risorse naturali la rendono un territorio di grande interesse per le grandi potenze. Detto questo, la Groenlandia non è “in vendita”. Non lo è giuridicamente, non lo è politicamente e non lo è democraticamente. La Groenlandia è un territorio autonomo all’interno del Regno di Danimarca: gestisce molti aspetti interni, ma la sovranità resta danese e qualsiasi ipotesi di cambiamento richiederebbe: - il consenso della popolazione groenlandese, -...

Quando la competenza diventa un’arma di esclusione

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Quando la competenza serve a togliere la parola C’è un tono che ricorre sempre più spesso nel dibattito pubblico, soprattutto sui social: quello di chi rivendica la propria competenza per delegittimare la parola altrui. Il messaggio implicito è semplice e brutale: se non sei esperto, taci . Succede con il diritto internazionale, con la geopolitica, con l’economia. Succede anche con la lingua, quando si deride chi scrive in modo sgrammatico. L’argomento non diventa il contenuto di ciò che viene detto, ma il presunto titolo di legittimità di chi parla. E questo, più che un problema di competenze, è un problema culturale. Parlare non è sostituirsi agli esperti C’è una confusione di fondo che andrebbe chiarita. Esprimere un’opinione non equivale a sostituirsi a chi ha studiato una materia in modo professionale. Riflettere su ciò che accade nel mondo non significa pretendere di emettere sentenze tecniche. La sfera pubblica non è un’aula d’esame, né un tribunale del sapere. È (o ...

Groenlandia: quando la sicurezza diventa una prova di forza

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Groenlandia: quando un’isola diventa uno specchio del mondo Ci sono luoghi che, per anni, restano ai margini del dibattito pubblico e poi, all’improvviso, diventano centrali. La Groenlandia è uno di questi. Un’enorme isola coperta di ghiaccio, apparentemente lontana da tutto, che negli ultimi mesi è entrata con forza nel discorso geopolitico globale, fino a diventare oggetto di dichiarazioni aggressive da parte di Donald Trump e motivo di una presa di posizione collettiva dell’Europa. Capire perché la Groenlandia è così importante significa capire qualcosa di più anche su come stanno cambiando le relazioni internazionali. Perché Trump vuole la Groenlandia: le ragioni dichiarate Le motivazioni ufficiali addotte dagli Stati Uniti ruotano intorno alla sicurezza nazionale. La Groenlandia occupa una posizione strategica nell’Artico, una regione sempre meno “periferica” e sempre più centrale: - lo scioglimento dei ghiacci apre nuove rotte commerciali; - l’Artico diventa uno spazi...

ONU e NATO, la linea non valicabile

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Quando l’ONU rimette i confini al potere Per giorni il dibattito politico si è mosso su un terreno ambiguo, fatto di giustificazioni implicite, distinguo lessicali e silenzi strategici. L’intervento degli Stati Uniti in Venezuela è stato raccontato da molti come un’azione eccezionale, resa necessaria dalla natura dittatoriale del regime di Maduro. In questo clima, la presa di posizione delle Nazioni Unite segna una svolta netta: non una sfumatura, ma un confine. Il principio che non ammette eccezioni La dichiarazione dell’Alto Commissariato ONU per i diritti umani non lascia spazio a interpretazioni creative. Il punto centrale è uno solo, ed è elementare nel diritto internazionale: nessuno Stato può minacciare o usare la forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato. Nemmeno quando il regime colpito è responsabile di gravi violazioni dei diritti umani. Nemmeno quando l’intervento viene presentato come “necessario” o “difensivo”. La respon...

Il caos come metodo: esiste una strategia di Trump?

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Oltre l’idea dell’improvvisazione Di fronte alle dichiarazioni e alle iniziative di Donald Trump, la reazione più comune è liquidarle come esternazioni impulsive, frutto di momenti isolati di follia politica. È una spiegazione comprensibile, forse rassicurante, ma difficilmente sufficiente. La domanda più interessante non è se Trump sia coerente nel linguaggio, ma se lo sia negli effetti. L’imprevedibilità come cifra politica Nel corso della sua esperienza politica, Trump ha fatto dell’imprevedibilità una vera e propria cifra stilistica. Dichiarazioni che smentiscono quelle del giorno prima, annunci clamorosi seguiti da parziali retromarce, attacchi verbali a alleati storici alternati a improvvise aperture: tutto questo viene spesso letto come disordine. Eppure, in politica, il caos può essere anche uno strumento. Un’insofferenza strutturale per il multilaterale Se si osservano le sue azioni nel tempo, al di là delle singole frasi e delle uscite più provocatorie, emerge una...

Quando le parole tengono insieme due verità opposte

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Una posizione tutt’altro che semplice «Coerentemente con la storica posizione dell’Italia, il Governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico». Il compito per Giorgia Meloni non era affatto semplice. Si trova in una posizione che impone, da un lato, di mantenere un rapporto solido con il presidente Trump e, dall’altro, di arginare le forti reazioni suscitate dall’intervento statunitense in Venezuela e dalla cattura di Maduro. Molti, pur riconoscendo la natura dittatoriale del regime venezuelano, contestano apertamente la violazione del diritto internazionale. È in questo spazio di tensione che si colloca la risposta del governo italiano. Il tempo come elemento politico Non a caso, la presa di posizione non è stata i...

Trump, il Venezuela e le mappe sbagliate con cui leggiamo il mondo

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Per anni ci siamo raccontati che l’ordine internazionale fosse governato da regole condivise, da organismi multilaterali, da un diritto capace, se non di impedire i conflitti, almeno di contenerli. Le vicende che coinvolgono il Venezuela, e in particolare l’atteggiamento degli Stati Uniti durante la presidenza Trump, mostrano quanto questa narrazione sia oggi fragile. Sanzioni economiche, riconoscimenti politici selettivi, pressione diplomatica esercitata senza un mandato realmente condiviso: tutto questo è stato spesso letto come il frutto dell’imprevedibilità di un singolo leader. Ma sarebbe un errore fermarsi qui. Trump non è un’anomalia: è un sintomo. L’errore più grande che continuiamo a commettere è analizzare il presente con categorie che appartengono al passato. Dal diritto alla convenienza Il caso venezuelano rende evidente una dinamica ormai diffusa: il diritto internazionale non scompare, ma viene applicato in modo selettivo, piegato agli equilibri di forza. La s...